giovedì 23 agosto 2007

Cemento archeologico

Da piccolo adoravo i documentari di Piero Angela perché raccontavano il mondo come se fosse una fiaba. Lui camminava nella storia tra battaglie epocali, vulcani in eruzione, lanci dello shuttle e mi rivelava i segreti del mondo. Detto con due frasi fatte: ne sapeva una più del diavolo e parlava come un libro stampato.
Guardando Quark avevo imparato ad amare le piramidi Maya e quando varcai di persona la soglia di Chichen Izta, un gigantesco complesso archeologico nello Yucatan, non riuscivo a credere di essere davvero laggiù. Era un sogno che si realizzava grazie ai voli low cost.
Mi avvicinai alle piramidi, per toccarle come avrebbe fatto San Tommaso, ma quel che vidi mi bloccò a mezzo metro dal monumento: tra una pietra e l’altra c’era un dito di cemento. Ma non in un punto specifico, magari dove la costruzione era particolarmente rovinata. Il cemento era ovunque e teneva insieme le mura del campo dove si faceva il sanguinario gioco della palla, l'osservatorio astronomico, le antiche case nobiliari ed anche El Castillo, la piramide simbolo di Chichen Itza da poco eletta tra le sette meraviglie del mondo moderno. (Giusto che si parli di mondo moderno, visto che il materiale di costruzione è lo stesso dei grattacieli)
Rimasi deluso da Piero, che col suo tono mellifluo non mi aveva mai parlato di un particolare così importante, e mi sentii quasi tradito da quella che mi sembrava una ricostruzione, qualcosa di completamente diverso dalle piramidi egizie per esempio, che sono quanto il tempo ci ha concesso, senza interventi invasivi.
“Cosa ti aspettavi?” Mi dissero. “Guardati attorno, non vedi la giungla? Hai idea di quanto piova qui? Nessuna costruzione può reggere per dei millenni senza trasformarsi in una collina piena di alberi. Lo Yucatan è completamente pianeggiante e qualsiasi rilievo tu veda probabilmente era una piramide o qualcosa del genere. In Egitto il clima è completamente diverso e lì le cose si conservano. Nel deserto le piante non mettono radici tra una pietra e l'altra.”
Era vero, ma significava anche, come vidi poi in altre zone, che quegli edifici erano stati rimessi in sesto da dei muratori con martello e scalpello, estirpando alberi e portando via la terra secondo ipotesi e disegni. Mi sentivo in un posto che stava a metà tra un parco dei divertimenti con delle attrazioni in stile maya ed un sito archeologico come lo pensiamo in Europa.
In Italia ci insegnano che le colonne ripitturate di rosso del palazzo di Cnosso sono state un errore dell’archeologia del passato, mentre in Messico cementano intere città maya tirate fuori da piccole collinette.
Com’è strano il mondo.

Nessun commento: