Buona parte dello spirito d‘avventura con cui viaggiavamo in Brasile era racchiuso nella macchina che usavamo per gli spostamenti da stato a stato: una vecchia Volkswagen color polverone con due chiodi permanentemente piantati in una ruota (la gonfiavamo ogni 1-2 giorni) ed il motore che un meccanico era riuscito ad aggiustare scuotendo un filtro in aria per un paio di secondi. Ho sempre avuto il dubbio di avergli sentito pronunciare anche alcune parole magiche.
In Europa Volkswagen di solito significa precisione teutonica, affidabilità, qualità, ma in Brasile un’auto può cambiare moltissimi proprietari e misurare tranquillamente la propria veneranda età in decadi. Tutto questo rendeva qualsiasi congettura sulla tenuta della nostra macchina rischiosa ma anche superflua perché riparazione dopo riparazione l’automobile era diventata un mezzo unico, tipo lo shuttle. La cosa più strana era poi che anche la carrozzeria risultava indecifrabile: assomigliava terribilmente ad una vecchia Opel Kadett ma il marchio era Volkswagen e non c’erano targhette che indicassero il modello specifico.
In ogni caso per noi era un mezzo a tempo, che doveva reggere poche settimane, e quindi speravamo solo che il guasto in arrivo non fosse quello definitivo, ma solo un intoppo che qualche meccanico-shamano avrebbe risolto con spago e fantasia.
Tutto sommato, a parte un paio di brividi, andò bene e mi piace pensare che quella macchina arranchi ancora da qualche parte in Sud America.
Tutto sommato a trent’anni uno è giovane!
martedì 21 agosto 2007
VW brasileira
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